Gli oggetti insignificanti sono spesso i più avvincenti. Il fatto è che essi significano, in verità, proprio attraverso la loro manifesta insignificanza. Sfuggendo all’attenzione questi oggetti preservano un’aura che li protegge. A questa categoria appartiene la panchina.
Quando ci sediamo su una panchina in cerca di un momento di riposo o per godere della vista di un paesaggio, quasi mai ci rendiamo conto di quanto questo oggetto, in apparenza banale e insignificante, funzioni come una vera e propria macchina visiva, «intelligente e visionaria», in grado di farci comprendere la realtà che abitiamo. Obbedendo a una semplice quanto efficace strategia visiva, la panchina, mentre apparta dal flusso del mondo, crea situazioni e paesaggi particolari, insegna, suscita, cita. Orienta il nostro sguardo e modella il nostro stato d’animo.
Michael Jakob, Sulla panchina (Einaudi)
La panchina come oggetto in sé non ha un particolare interesse, importa come essa è inserita in certo contesto e come può avere nella sua banalità un ruolo. Le panchine attraggono sempre la mia attenzione perché sono pensate da qualcuno per essere proprio in quel posto, per leggere, riflettere, osservare. Ma anche perché sento che mi chiedono, nell’infinito numero di possibili ritratti del mondo, di fare una fotografia.
Una sedia si può adattare all’ambiente in cui è inserita; una panchina resiste alla bufera, prende qualsiasi cosa la vita le abbia destinato. La sua visione del mondo è fissata, determinata, ostinatamente opposta al cambiamento, eppure impotente e a resistergli. Si ha spesso la sensazione che le panchine stesse siano spettatori che osservano scorrere il traffico umano.
Geoff Dyer, L’infinito istante (Einaudi)